OGGI I MIEI HANNO compiuto trent'anni di matrimonio. Di questi, io ne ho vissuti quasi ventitre. Sono felice, ma, nel rispetto della tradizione della nostra famiglia, abbiamo festeggiato in intimità: cenetta tranquilla in cucina, come tutte le sere, e vassoietto di dolci per addolcire l'evento. Noi siamo fatti così, nei ristoranti ci sentiamo a disagio.
Dei miei genitori conosco soltanto la vita matrimoniale: non so bene cosa facevano prima di sposarsi, non mi sono mai sognato di farmi raccontare le esperienze che hanno avuto quando ancora non si conoscevano. Con loro c'è sempre stato il sano rapporto che deve esserci tra genitori e figli: non sono mai stati miei amici o confidenti, non lo saranno mai. Erano un esempio quando io ero un bambino; erano figure da detestare nell'età dell'adolescenza. Ora che sto diventando un uomo (e i peli sul petto lo testimoniano ampiamente) sto imparando ad amarli.
Mi hanno tirato su più con i gesti che con le parole. Hanno lavorato tanto e sono rimasti sempre insieme: questo è valso più di mille discorsi. Mia madre, nonostante il lavoro e i mille impegni, è sempre stata vicina sia a me che a mio fratello. Perennemente disposta ad ascoltare i nostri problemi, se a casa non abbiamo mai avuto bisogno di consumare cibi surgelati è stato grazie a lei.
Mio padre, operaio per una vita, è diventato impiegato nella azienda dove lavora da quarant'anni: mi ha trasmesso l'amore per la Roma e l'odio per la pigrizia. Tre i suoi insegnamenti più grandi: "Respira con il naso, non con la bocca", "Stai dritto con le spalle" e "Pensa sempre col tuo cervello".
Entrambi sono stati esempi di serietà. E per questo non finirò mai di ringraziarli. Ma lo dico a voi, figuriamoci se lo vado a dire a loro.
No, Ma': non si vince un premio a stare trent'anni insieme. Auguri di buon anniversario.