DAVANTI CASA DI FOFFO, a cento metri dalla mia, c'era un dosso di terra che io e Fabio usavamo per saltare con le biciclette. Prendevamo la rincorsa e, pedalando con tutte le nostre forze, ci davamo lo slancio. Magari non saranno stati grandi salti, ma quando sei un ragazzino anche le cose più insignificanti ti sembrano storie da raccontare. Ci piaceva sgommare e fare a gara a chi lasciava il segno più lungo sulla terra. Avevamo sempre i gomiti sbucciati.
Vicino al suo lotto c'era il vecchio campo di calcio, un posto particolarmente adatto per queste cose. Una volta, a momenti ci rimetto una mano. Presi la rincorsa e arrivai a frenare proprio a ridosso di una porta: andai a sbattere violentemente contro un palo e, per fortuna, ebbi la prontezza di togliere la mano destra dalla manopola del manubrio. Non salvai però la leva del freno, che si spezzò.
Non eravamo neanche adolescenti, ma l'estate stavamo fuori tutto il giorno. Tornavo a casa soltanto a pranzo e a cena. Il resto era avventura. Le scorciatoie, i campi di pannocchie, le strade asfaltate, guardie e ladri in bici, i cani del pecoraro che ci rincorrevano, le cazzate del figlio del presidente, i deltaplani del campo di volo, le partite a bocce, i "passaggi-e-tiri-in-porta".
Fabio sfiorava l'anoressia e aveva una bicicletta fantastica. Era completamente nera, con le cromature dorate e un particolare che la rendeva particolarmente "cattiva": i pedali di metallo. La mia, invece, era una bmx più da ragazzino. Bianca, con uno scomodissimo sellino blu. Da mio padre ci avevo fatto mettere il porta borracce. Ero l'unico ragazzino ad averlo su quel tipo di bici. Un motivo c'era: in un giorno, io e Fabio facevamo una quantita' infinita di chilometri. L'acqua era indispensabile. E a casa di Lele, un altro nostro amico storico, non c'era verso di scroccarne un goccio.
Passavamo pomeriggi interi a casa sua. Che poi, definirla così è ancora un azzardo: casa al mare di Lele consiste in un bagno e una sorta di ripostiglio in muratura, un gazebo adibito a "zona giorno" e due roulotte per la notte. Il resto è tanto tanto giardino. Beh, stavamo lì perché casa sua era un parco giochi. C'era di tutto: il canestro da basket, il biliardo e un autentico calcio balilla da bar che abbiamo devastato. Facevamo tornei a ripetizione, un pò di abilità mi è ancora rimasta. Noi tre, i napoletani, il Bava e il Cambogiano, ogni tanto veniva pure Franceschina.
Le palline del biliardino non erano tutte uguali: c'erano la negra, la supernegra, la mini. Giocavamo anche a cricket in giardino: Lele aveva una sacca con le caratteristiche "portine". Mi sono sempre chiesto come faceva ad averle, scommetto che se l'e' sempre chiesto pure Fabio. Antonio, detto il Milanese, barava sempre a cricket. Aspettava che ci voltassimo per dare un calcio alla sua boccia e avvicinarsi all'ultima porta. Barava anche a Risiko, quando tirava furtivamente i suoi carroarmati sul tabellone, e a carte: memorabili le sue scale taroccate a Pinnacolo, l'uso improprio del jolly e le sue "Napoli" fantasma a tresette. La sportività non era davvero il suo forte. Io ancora conservo il fogliaccio sul quale un'estate scrivemmo i nostri numeri di telefono con l'impegno di chiamarsi durante l'inverno. Impegno mai rispettato, ovviamente, ma tanto l'estate ero sempre sicuro di ritrovarli lì a Tarquinia. Era una tassa: la mattina del 10 giugno finiva la scuola, il pomeriggio dello stesso giorno ero già a casa al mare fino a settembre.
Poi siamo cresciuti. Al gruppo storico si sono aggiunti Atreyo, Gnappa (Danie', non ti arrabbiare) e Giorgio. Poi, piano piano, Emanuele, Stella, il Bello, ZicoPelè, David, Debora, Carletta, Lucertola, Elisona, il Viterbese, il Civitavecchiese, Consuelo, Tania. Ne dovrei nominare molti altri, ma tant'è. Sempre in giro con quei sietti scassati, senza targa e assicurazione. Ci siamo andati pure al Lido chissà quante volte. A San Giorgio c'era il peggio dello scarto del mercato delle due ruote: Sì, Ciao, Boxer, MotoBecane, Peripoli, Wallaroo, Metropolis, Califfone, Yamaha sconosciuti e molti altri cessi gommati. Memorabile un dritto terrificante di Fabio col motorino di Pierluigge nel parcheggio della Lanterna. Da ricordare il graffio chilometrico e la vistosa ammaccatura su una Clio parcheggiata al mare: l'avevo travolta io col mio Sì.
Ce ne sarebbero di cose da raccontare. Di botti, scherzi, risate e tante altre cazzate che sono successe. Magari un giorno scrivo qualcosa.