Il giorno della Vigilia sono andato a salutare mia nonna che vive nella zona di Pineta Sacchetti. Normale amministrazione di buon nipote ossequioso e bramoso dei frutti che ogni anno ci regala l'apertura del dindarolo. Casa di mia nonna è il posto più umido che io conosca. Suo padre la tirò su durante il ventennio fascista, utilizzando materiale di scarto delle altre abitazioni. Andava per le case diroccate e sceglieva le parti riciclabili. Nonostante tutto, sta ancora in piedi. Le finestre sono tutte diverse, così come le porte, basse e strette. Mia nonna, che arriva a malapena al metro e sessanta, le traversa senza problemi. Io, invece, devo prestare qualche attenzione in più. Ero andato in bagno a lavarmi le mani prima del pranzo. Uscendo, come al mio solito sovrappensiero, diedi una zuccata fortissima alla mostra della porta. Dopo aver bestemmiato in tutte le lingue del mondo, tornai a tavola massaggiandomi con cura la parte indolenzita. Mia nonna, mentre versava nei piatti pasta e fagioli, mi disse che anche nonno sbatteva sempre la testa in quel punto.
Di mio nonno Vincenzo non posso avere ricordi. Morì nell'estate del '66, quando mio padre non aveva ancora compiuto 18 anni. Faceva il vigile urbano e, infatti, l'unica sua foto che ho visto è quella in divisa. La stessa che c'e' sulla lapide al cimitero. Non so che voce aveva, che tipo di persona fosse. In famiglia, si è sempre parlato poco di lui: papà non è un tipo a cui piace raccontare queste cose.
La figura del nonno è quella che, nell'età adolescenziale, mi è mancata più di tutte. Pietro, il padre di mia madre, se ne andò quando avevo solo sette anni. Di lui ho una serie di immagini e situazioni disordinate. Era laziale e leggevamo insieme il Corriere dello Sport. Girava le pagine bagnandosi prima la punta dell'indice con la lingua, un gesto che da piccolo non riuscivo proprio a spiegarmi. La domenica mangiavamo sempre a casa sua, con mia nonna che preparava il pranzo per tutti: lui scendeva da "Pepe", il bar all'angolo, a comprare le pastarelle, questo me lo ricordo bene. Era un bonaccione, a Roma diciamo così.
Ma la cosa che ho più impressa nella mente è la serata di Italia-Argentina, semifinale dei Mondiali del '90. Eravamo tutti a casa mia a vedere la partita in salone. Segnò Schillaci, come sempre, ma la Nazionale perse ai rigori dopo una partita tiratissima. Mio padre inveiva ad alta voce contro i napoletani che avevano tifato tutto il tempo per l'Argentina. Mio nonno, invece, se ne stava zitto davanti alla tv a guardare quei maiali di Maradona e Goycochea mentre esultavano per la qualificazione alla finale. Non disse neanche una parola. Ricordo bene anche quando mia madre mi disse che era morto, dopo poco più di un anno.
Avrei voluto andare allo stadio con lui, discutere di Roma e Lazio alzando la voce. Giocare a tresette e, magari, barare per farlo sentire rincoglionito. Mi sarebbe piaciuto ascoltare le sue storie sulla guerra, i racconti della resistenza contro i tedeschi. Lo avrei contraddetto, per gioco, per il gusto di prenderlo in giro. Scommetto che ci saremmo divertiti.