UNA NOTIZIA DEL TG1, ieri sera, mi ha particolamente colpito. In provincia di Frosinone, se non sbaglio, un uomo novantenne è stato colto da un malore ed è morto: non ha saputo reggere al dispiacere di aver perso la moglie pochi giorni prima. I due coniugi avevano un legame saldissimo: sposati da oltre settant'anni, non si erano mai separati, stando alle dichiarazioni del nipote e dei vicini di casa.
Ho pensato che è quello il modo in cui vorrei morire io. Nè da eroe nè da martire. Non voglio morire per la Patria, per un ideale o per un diritto negato. Voglio morire vecchio e innamorato, spaventato dalla solitudine, troppo stanco e sfiduciato nel volere andare avanti senza la persona avuta accanto per tutta la vita.
TERRA DEI FILISTEI. Sentire Ariel Sharon chiamare così la Striscia di Gaza fa uno strano effetto. Perché, per quasi quarant’anni, Israele ha difeso ostinatamente quei territori occupati dai coloni ebrei dopo la Guerra dei Sei Giorni. Ha represso con le armi la guerriglia e gli attentati, quasi fosse una questione di primaria importanza per la sopravvivenza del tanto sospirato Stato ebraico – almeno questo voleva far credere il sionismo religioso. Ma lo sgombero forzato degli insediamenti, ordinato dal premier senza richiedere niente in cambio ai palestinesi, mi ha sorpreso. Sia chiaro, ritirare i coloni mi trova pienamente d’accordo. In quella regione costiera, vivevano poche migliaia di ebrei che prevalentemente gestivano aziende agricole e ricevevano perfino sussidi dal governo israeliano. Una minoranza circondata da oltre un milione e trecentomila palestinesi che si trovano tuttora in condizioni di povertà africana. L'evacuazione era quindi inevitabile: oltre ai problemi legati alla religione, ci si erano messe di mezzo anche tensioni di natura economica.
Quello che non avrei mai immaginato, però, è una scelta così drastica e apparentemente svantaggiosa per Israele venisse presa proprio da Ariel Sharon che, come leader del Likud (il partito dei nazionalisti di destra israeliani) ed ex generale dell’esercito, era considerato un uomo di guerra e di espansione. In pochi lo credevano capace di stabilire un dialogo vero con l’Autorità Nazionale Palestinese. Arik, il generale, bulldozer, il macellaio di palestinesi a Shatila e Sabra: sono soltanto alcuni dei soprannomi che gli hanno dato in patria. “Restando a Gaza, prima o poi avremmo dovuto pagare il prezzo che stiamo pagando ora. Il fatto è che la Striscia non compare nei progetti dello Stato di Israele. […] Avevamo un sogno. Anch’io avevo un sogno ma in 37 anni lì poco è cambiato”, questo il soprendente commento che Sharon ha rilasciato a poche ore dall’inizio delle operazioni.
Un cambiamento repentino, quasi il premier israeliano fosse San Paolo folgorato sulla via di Damasco. Ed è proprio questo che non riesco a capire. Le ipotesi sono tre:
1- La scelta dl ritiro è stata presa con il reale intento di cominciare a percorrere concretamente la strada della pace;
2- Sharon, in rotta con buona parte della dirigenza del suo partito, vuole assicurarsi nuove alleanze politiche. La sua popolarità in Israele è cresciuta, la maggior parte degli elettori condivide il ritiro dei coloni dai Territori e applausi arrivano scroscianti anche dalle forze di centro e di sinistra;
3- Sharon vuole mettere alla prova la comunità palestinese. Ha accettato senza condizioni le richieste della controparte, guadagnandosi gli elogi dell’opinione pubblica internazionale. Consapevole dei forti contrasti tra Autorità Nazionale e Hamas, il leader è sicuro che i palestinesi non saranno capaci di autogestirsi, arrivando sull’orlo della guerra civile. Una situazione possibile in Territori poveri anche dal punto di vista delle infrastrutture per l’economia, per i trasporti e per le comunicazioni. Solo allora Israele sarebbe legittimata nell’occupare nuovamente la Striscia col suo esercito.
“Gli ebrei hanno molti talenti, compreso questo (il sapere odiare, ndPT). E talvolta amano odiare. I miei genitori non si sono mai lasciati piegare. Forse io possiedo alcuni dei loro geni. Mia madre teneva un’enorme scure sotto il letto. Un giorno gliela chiesi per abbattere un albero in cortile. “Te la porto io”, disse. A quell’epoca i figli non entravano nella camera da letto dei genitori. Si chinò e la trasse fuori. Le domandai perché tenesse una scure sotto il letto. Mi rispose: “Perché tu hai preso la pistola per pulirla e non l’hai riportata”. Prima di morire, mi disse: “Per anni ti ho raccomandato di non portare rancore ai vicini con i quali abbiamo litigato. Ricorda: l’odio passa di generazione in generazione, fino alla fine dei giorni”. Commento di Ariel Sharon nella stessa intervista che ho citato sopra.
In tutta onestà, non so proprio quale ipotesi scegliere.
I RAGAZZI della mia generazione vestono maglie con scritte come Mercenario, Narcos, Cocaina, De puta madre, Pablito Escobar, Manicomio Criminal, Cama 217. Un po' me ne vergogno...