LA MIA STANZA, da quasi un anno ormai, è disturbata da rumori insopportabili, quelli di un cantiere in fermento. Tra poco, proprio accanto al mio palazzo, tireranno su un nuovo bestione di almeno nove piani. Nelle ore centrali della giornata questo martellamento è così fastidioso che neanche chiudendo le finestre si riesce ad attutirlo. Quando si deve studiare, poi, è un dramma: diventa impossibile concentrarsi, è un vero e proprio assillo.
Io però ho trovato un metodo infallibile per stanare e sconfiggere il tarlo. Chiudo i libri, mi alzo dalla scrivania e vado a stendermi sul letto con la pancia all'ìnsù. Metto le mani dietro la nuca e chiudo gli occhi. E, al posto del rumore, nella mia testa c'è spazio solo per la voce di Flavia, per il suo imbarazzato e lieve "Mi fai compagnia?". Spariscono i suoni gravi di scavatori e martelli pneumatici e restano soltanto quelli più gentili delle sue risate, delle nostre risate. Allora sorrido e con la mente pesco a caso tra i tanti momenti felici che abbiamo passato insieme. La vacanza a Firenze di qualche anno fa, per esempio. Stavamo visitando la mostra di Palazzo Vecchio e all'improvviso sbagliammo percorso, passando per alcune sale chiuse al pubblico. Non chiedetemi come ci riuscimmo, non riesco a ricordarlo. Ma non scorderò mai la faccia disorientata degli uscieri quando ci trovarono: ci avevano preso per terroristi o qualcosa del genere. "Scusateci, ci siamo sbagliati", spiegammo loro e tornammo immediatamente sul percorso giusto. Per il resto della mostra, i loro occhi attenti furono puntati su di noi per cercare di capire cosa combinavamo.
Ma il ricordo di Flavia è costante, qualsiasi cosa io faccia. Mi basta una canzone, una pubblicità in televisione che le piaceva (la sua voce da bambina cretina quando diceva "I cheerios, i Cheerios di Nestlè"), una foto, un oggetto, un suo regalo, una via o una piazza di Roma nella quale abbiamo vissuto qualsiasi tipo di esperienza divertente. Ci sono dei giorni in cui, mentre guido il motorino per raggiungere la redazione dove lavoro, comincio a pensare a tutte le cose che abbiamo fatto insieme lì al centro. Sono sempre più convinto che il mio scooter abbia sviluppato una sorta di "pilota automatico" per il tragitto casa-via Veneto: sono talmente assorto nei miei ricordi che la strada e gli ostacoli del traffico sono le cose che mi preoccupano di meno. In tutto quello che faccio, dico, osservo c'è anche solo una minima parte di lei. E' diventata la persona più importante per me. Lei mi conosce, sa capirmi con un solo sguardo. Sa quando cerco le sue parole o quando vorrei il suo silenzio. Lei è fastidiosamente pigra, ritardataria e indecisa. Ma è anche affascinante, intelligente, brillante, ingegnosa, sensibile, complessa, mai scontata, vera. E' tutto questo che la rende così speciale ai miei occhi. Alla sua altezza non c'è nessuna, lo dico per esperienza.
Abbiamo camminato a lungo per la stessa strada, mano nella mano, da innamorati. Ora non possiamo più, purtroppo. Perché Flavia ha scelto il suo percorso, nonostante io abbia cercato in tutti i modi di farle cambiare idea. E' arrivato il momento di cominciare a tracciare il mio, ci ho messo un pò a capirlo. Ma sono sicuro di una cosa: ogni passo che farò sarà accompagnato dalla speranza che i nostri cammini tornino ad incrociarsi un giorno.
I want to trip inside your head
Spend the day there...
To hear the things you haven't said
And see what you might see
I want to hear you when you call
Do you feel anything at all?
I want to see your thoughts take shape
And walk right out
Freedom has a scent
Like the top of a new born baby's head
The songs are in your eyes
I see them when you smile
I've seen enough I'm not giving up
On a miracle drug
Of science and the human heart
There is no limit
There is no failure here sweetheart
Just when you quit...
I am you and you are mine
Love makes no sense of space
And time...will disappear
Love and logic keep us clear
Reason is on our side, love...
The songs are in your eyes
I see them when you smile
I've had enough of romantic love
I'd give it up, yeah, I'd give it up
For a miracle, a miracle drug, a miracle drug
God I need your help tonight
Beneath the noise
Below the din
I hear your voice
It's whispering
In science and in medicine
"I was a stranger
You took me in"
The songs are in your eyes
I see them when you smile
I've had enough of romantic love
I'd give it up, yeah, I'd give it up
For a miracle, miracle drug
Miracle, miracle drug
HO DECISO DI NON INSERIRE la canzone del giorno di oggi nella colonnina a sinistra, ma di utilizzare un post. Come mi ha ricordato l'amico Pat di Noantri - un blog che consiglio di visitare regolarmente -, quattro anni fa moriva Carlo Giuliani in Piazza Alimonda a Genova. Si manifestava in occasione dell'ennesimo G8 e Carlo fu centrato da un colpo sparato da un carabiniere durante gli scontri con i dimostranti.
Se volete saperne di più, se volete scoprire cosa realmente accadde quel pomeriggio di luglio, leggete attentamente quanto riportato in questo sito.
La canzone che gli dedico è Se perdo te di Patty Pravo. Qualche anno fa, Blob - il programma di RaiTre -, realizzò uno speciale proprio su Giuliani e questa canzone faceva da colonna sonora. Scaricatela, capirete...
Evviva! Il mio mignolo della mano sinistra è stato finalmente liberato dall'odiosa stecca di alluminio che gli faceva compagnia da quasi venti giorni. La piccola frattura si è ricomposta, ma ancora non riesco a muovere bene il dito: il medico dice che è solo questione di tempo. Incrocio le dita, quelle sane però!
Ho capito una volta per tutte che non riuscirò mai a laurearmi in tre anni...
LE RISORSE PETROLIFERE della Terra sono destinate ad esaurirsi nel giro di pochi decenni. L'aumento demografico e la rapida industrializzazione di alcuni paesi stanno inesorabilmente accelerando questo processo: il fabbisogno di greggio, infatti, è aumentato a dismisura. Proprio per questo, la machtpolitik impone alle potenze mondiali di ridisegnare il proprio ruolo nella mappa geopolitica. Così, in previsione di un periodo delicato come quello in cui le risorse siano ormai scarse, è necessario assicurarsi il loro controllo per continuare a trovarsi in una posizione privilegiata anche in futuro. Una ragione sufficiente a spingere il colosso Stati Uniti, dagli anni della "dottrina Monroe" naturalmente portato a una tattica d'assalto soprattutto in politica estera, ad invadere quegli stati che rifiutano un controllo indiretto della propria politica interna. E allora è facile spiegarsi il rovesciamento del regime talebano in Afghanistan, che non accettava il passaggio sul proprio territorio di un prezioso oleodotto, e quello del "vecchio amico" Saddam Hussein. Per chi ancora non lo sapesse, l'Iraq, tra i paesi che aderiscono all'Opec, è ai primi posti delle graduatorie per quanto riguarda la produzione giornaliera e le riserve in barili di petrolio.
Azioni militari possibili, però, soltanto con un ampio consenso dell'opinione pubblica domestica. In questo senso, i fatti dell'11 settembre hanno compattato la gente statunitense contro un nemico esterno: il terrorismo internazionale, pericolosamente accostato alla religione islamica. In politica, tutto questo si chiama ranny 'round the flag. George W. Bush l'ha trasformata in una lotta tra i popoli civili e i barbari, tra il Bene e il Male. E in nome di tutto ciò, gli americani hanno accettato guerre e forti misure restrittive della libertà personale. "Esporteremo democrazia e benessere", questa la frase con la quale il numero uno della Casa Bianca ama riempirsi la bocca. Come se fosse lui a decidere realmente. Come se alle lobby e ai gruppi di pressione (quello dei petrolieri è il più influente) che lo tengono per le palle importi realmente.
Ho in programma di cercare di analizzare in dettaglio tutti i fatti di quella mattina dell'11 settembre 2001, ma vi posso garantire che ce ne sono di cose che proprio non quadrano. Fino a che punto può spingersi chi ci governa? La mia paura è che, in nome della ragione di Stato, il sacrificio di quasi tremila innocenti sia stato ritenuto il "male minore".
TEMPO FA, MI CAPITO' di avere un imprevisto con la mia vecchia cinquecento. Il serbatoio dell'acqua per il radiatore aveva una grossa perdita e questo mi costringeva a fermarmi continuamente per riempirlo: dovevo così muovermi con un bel po' di bottiglie di plastica per fare rifornimento di liquido acquatico - come diceva Totò ne I soliti ignoti -. Se non l'avessi fatto, il motore della mia scatola verde sarebbe diventato incandescente. Mi accorsi del guasto una sera, mentre stavo andando verso Piazzale Clodio per incontrare dei miei amici. La spia della temperatura dell'acqua arrivò a livelli altissimi, segno evidente che all'interno del serbatoio non ce n'era rimasta neanche una goccia. Fui costretto a fermarmi immediatamente. Ma nelle vicinanze non riuscivo a trovare fontane dove fare il prezioso rifornimento. Tutti i negozi, poi, erano chiusi. Saranno state le dieci. L'unica insegna luminosa accesa era quella di un ristorante cinese.
Non ero mai entrato prima di allora in un locale di quel genere, ma non avevo scelta. Non che avessi pregiudizi verso i cinesi, intendiamoci, visto che con due compagni di scuola (entrambi originari di Shenyang, mi pare di ricordare) avevo avuto un bellissimo rapporto. Era solo che la cucina orientale non mi andava proprio a genio: i cibi fritti e l'originalità degli abbinamenti mi lasciavano perplesso.
Comunque entrai. E avvertii all'istante un odore nauseante di olio per friggere, misto a quello di spezie a me sconosciute. Ad essero sincero, mi aspettavo un ambiente diverso: non so, luci soffuse, pareti ornate da lunghi listoni di legno e quadri a specchio con scritte nere con caratteri orientali. Non c'era nulla di tutto questo, l'arredamento era sfacciatamente occidentale: soltanto il campanello sulla porta di entrata e un paio di lanterne rosse mi ricordavano che in quell'istante potevo anche trovarmi a Pechino. La mia attenzione fu catturata da una lunga tavolata dove circa quindici persone stavano consumando con avidità le varie portate. Non riuscivo a stabilire con certezza che cazzo ci fosse nei loro piatti. L'aspetto era riluttante. Attraversai la sala e mi diressi verso quello che presumevo fosse il titolare. Con educazione e con un sorriso di cortesia stampato sul volto, cercai di spiegargli la situazione, ma lui, con tono duro e in pessimo italiano mi disse: "Capito, capito. Bagno di la', bagno di la'". E intanto mi invitava a raggiungere la toilette prima che i suoi clienti potessero accorgersi che le mie mani erano sporche di grasso. Cominciai a meditare vendetta.
Riempii le bottiglie, assicurandomi che fossero colme fino all'orlo, e poi decisi di ringraziare quella grossa testa di cazzo per la calorosa accoglienza. Dopo qualche secondo di incertezza, trovai la punizione adatta per il suo ristorante. Pisciai con diabolica imprecisione, facendo bene attenzione a non centrare la tazze neanche per un secondo. Feci lo stesso anche sul manico dello spazzolone e sui pomelli dello sciacquone. Per terra c'era una enorme pozzanghera gialla. Presi le mie bottiglie piene, lasciai il bagno, salutai lo stronzo proprietario, che tirò un sospiro di sollievo perché stavo finalmente togliendo il disturbo, e me ne andai dal ristorante.
Il mio unico rimpianto fu quello di non aver visto la sua faccia mentre si giustificava con un cliente incazzato per le condizioni inenarrabili del cesso. Voi, al posto mio, non avreste fatto lo stesso?
IL CESSO E' UN LUOGO CULTURALE. Senza dubbio. Non c'è stanza della casa dove la mia mente sia piu' stimolata. Seduto sul water con i pantaloni calati, posso leggere un libro o un articolo con una rilassatezza e un piglio critico fuori dalla norma. Non ci sono parchi e spiagge che reggano il confronto senza sfigurare. Sei lì che provi a contrarre i muscoli del tuo culo e intanto ti fai un'opinione sul mondo. Magnifico. Buona parte della mia coscienza politica si è formata su quel grande anello di porcellana. E non solo. Al cesso ho letto fumetti, articoli di giornale, settimanali televisivi, riviste di arredamento o di computer. Al cesso ho letto capitoli interi di tanti romanzi. Ma la singolare esperienza di pochi giorni fa ve la voglio proprio raccontare.
Ero beatamente seduto sulla tazza quando mi accorsi presto che non avevo nulla per distarmi. Decisi allora di rimediare in qualche modo: ormai non ero più in grado di rinunciare alle vecchie abitudini. Cacare senza leggere qualcosa sul falso in bilancio, sulle leggi finanziarie o sulle manovre politiche era per me impossibile. Così cominciai a guardarmi intorno. Le etichette dei prodotti per il corpo e quelle dei profumi erano sufficientemente articolate da tenermi impegnato per un po'. "Certo, non sono una copia de L'Espresso, ma in mancanza d'altro...", mi dissi. Afferrai perplesso uno stick e cominciai la lettura. Imparai che il deodorante Infasil "si prende cura della tua pelle e ti protegge in modo delicato, per sentirti fresca (fresco nel mio caso, ndPT) ogni volta che vuoi". Appresi che lo shampoo che uso, grazie alle mirabolanti proprietà degli estratti di olio di sesamo, "compensa gli effetti disseccanti e restituisce morbidezza e brillantezza ai miei capelli". Venne poi la volta del latte per il corpo, che "rende la pelle morbida e vellutata come quella di un neonato, il tutto unito alla delicata flagranza della fragolina di bosco". Cominciavo a sentirmi decisamente più ferrato in materia.
Adesso posso inserirmi nei discorsi tipicamente femminili sulla cura del corpo. Da falso esperto, s'intende. Rifilerei consigli consapevolmente campati per aria soltanto per avere un argomento di conversazione in più con una ragazza. In quelle situazioni, tutto fa brodo pur di evitare i silenzi più imbarazzanti. Voi, al posto mio, non avreste fatto lo stesso?
PENNYROYAL TEA E' IN LETARGO, il mio nuovo computer si è bloccato dopo soli due mesi di vita. In attesa di avere qualche ora di tempo per portare questo aggeggio maledetto a riparare (e, naturalmente, cazziare il proprietario del negozio), ho sospeso l'inserimento di altri post.
A presto! Pennyroyal